La
festa di San Giovanni
Il solstizio d'estate
di
Piernando Fioredda
Dalla notte dei tempi, il solstizio d’estate, quando
il sole nel cancro raggiunge la sua massima inclinazione sull’equatore
celeste, avviene il passaggio fra il mondo dello spazio e
quello del tempo, dove il vero si confonde con l’illusione
e tutto diventa possibile: in Gallura così come in
tutta la Sardegna, la festa di San Giovanni Battista si aspettava
con ansia e con un misterioso timore.
Alla vigilia, ossia il 23 giugno giorno magico per eccellenza,
si viveva e si respirava una straordinaria atmosfera di misticismo
pagano. Il fuoco o falò cerimoniale era la caratteristica
di questa festa.
A livello popolare, infatti si è sempre conservata
l’idea di una festa di passaggio o di rinnovamento che
il fuoco purifico tutto, in altre parole elimina quanto è
ritenuto cattivo lasciando sussistere, invece, quanto ritenuto
buono.
Tra le tradizioni più diffuse in tutta l’isola
quella di accendere dei falò, è probabilmente
di origine falliche e per questo associata al comparatico
(compare di fuoco).
I galluresi di li marini (che abitavano sulla costa), usavano
lavare i loro corpi nell’acqua marina prima del nascere
del sole. La sera i giovani di entrambi i sessi, baciandosi,
abbracciandosi, tenendosi per mano e saltando su grandi fuochi
instauravano una parentela di tipo simbolico.
Chi invece dopo aver saltato a croce il fuoco per la purificazione
e pa lu dolori di la mazza (contro il mal di pancia). Si recavano
in silenzio presso una fonte dove si bagnava e bevevo l’acqua
ritenuta magica; quindi, tenendo l’acqua in bocca, doveva
al luogo dal quale era partito: era questo il rito detto di
l’ea muta (l’acqua muta), coloro che compivano
insieme tutto il rito dell’acqua oltre a quello del
fuoco diventavano “compari e commari” per la vita.
Sempre in quella notte le ragazze compivano strani e arcaici
riti dai quali ne traevano presagi sull’incontro con
la persona che avrebbero maritato. La sera prima della festa
le ragazze galluresi usavano andare in campagna. Li si praticava
un rito divinatorio che consisteva nel capire attraverso le
piante se la fanciulla si sarebbe sposata entro l’anno.
Le
ragazze si mettevano alla ricerca delle piante preferite che
di solito era lu tarabucciulu (l’asfodelo),
il verbasco, oppure l’alba di santu Gjuanni
(l’iperico). Ognuna di loro ne sceglieva una, la legava
con un nastrino colorato, faceva un nodo e in nome di San
Giovanni chiedeva alle forze celesti se si sarebbe sposata
entro l’anno o no.
L’indomani all’alba, le ragazze ritornavano alla
pianta prescelta e dal tipo di insetto che la notte si era
posata ne traevano predizioni. Se si trattava di una formica
la giovane avrebbe sposato un capraio, se invece trovava uno
scartafaccio avrebbe sposato un vaccaio, ma peggio, se non
trovava nessun insetto avrebbe sposato un uomo povero.
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La
lavanda (spica aresta) |
L'Iperico
(alba di santu gjuanni) |
La
Ruta (alba di ruda) |
Altro rito praticato con l’uso delle piante dalle ragazze
galluresi, era la raccolta del fiore di cardo selvatico. Dopo
averlo bruciato si metteva dentro un bicchiere d’acqua
e lasciato sul davanzale della finestra per tutta la notte.
La mattina dopo dal modo di rigermogliare del fiore si deduceva
la buona o la cattiva sorte. Se era di nuovo fiorito significava
che la ragazza avrebbe trovato un marito ricco, se restava
bruciato il marito sarebbe stato povero. Si credeva anche
che, alla mattina di San Giovanni chi avrebbe visto il proprio
corpo riflesso in una pozza d’acqua senza la testa,
sarebbe morto entro l’anno. Sempre nella notte di mezza
estate le donne, si dedicavano alla raccolta delle piante
magiche, poiché il sodalizio tra il sole (fuoco) e
la luna (acqua) rendeva la rugiada prodigiosa, donando così
alle piante ulteriore potere curativo. Tra queste piante (l’iperico,
la lavanda, l’elicriso e la ruta) la più
ricercata era la ruta. Si credeva che avesse la magica capacità
di allontanare i demoni più temibili: era consigliata
come amuleto da portare addosso, per aiutare chiunque avesse
avuto la sfortuna di incontrare la “reula”
(una processione di anime in penitenza) non le avrebbe fatto
nessun male. L’iperico, pianta governata dal pianeta
marte, non solo era un’erba per allontanare le possessioni
diaboliche, ma veniva utilizzata come cura popolare contro
la pazzia, la tristezza e la malinconia. Altra pianta raccolta
dalle donne esperte, era la lavanda. Posta sotto l’influsso
della luna, astro tipicamente femminile, la lavanda era amata
dalle donne galluresi, per la sua fragranza estremamente aromatica
che influisce sulla psiche, tradizionalmente i fiori della
spighetta venivano usate dalle giovani spose per profumare
il proprio corredo, lasciando alla biancheria un delizioso
profumo; inoltre sembra che questa abitudine in Gallura così
come in tutta la Sardegna; di inserire dei sacchettini di
lavanda nell’armadio avesse un significato più
profondo: le sposine più mature e timorose avrebbero
affrontato le prestazioni sessuali del proprio marito, spesso
molto più anziano in modo più sereno e non traumatico.
Gia dal periodo dei nuraghi, i sacerdoti usavano accendere
in questa notte dei grandi fuochi, dove venivano arse le erbe
per mettersi in contatto con le forze estreme; le ceneri rimaste
venivano utilizzate per preparare pozioni magiche. Sempre
in tale giorno sia grandi che piccoli digiunavano dal mangiare
altri cibi per mangiare a pranzo “lu casciu
furriatu” ( pezzettini di formaggio fresco
non salato cotto nella panna) e bere. Le giovani che non erano
ancora maritate, potevano mangiare la stessa pietanza,ma non
bere, perchè durante il sonno pomeridiano, per la sete
causata dal formaggio e dal caldo avrebbero visto in sogno
il futuro sposo offrirgli un bicchiere d’acqua. La sera,
prima di andare a letto, si mettevano tre fave secche all’interno
di una scarpa: una sbucciata, una sbucciata a metà,
e l’altra non sbucciata. La mattina del 24, si agitava
la scarpa e si estraeva una fava: se si estraeva quella sbucciata
il futuro sposo sarebbe stato molto povero; con quella sbucciata
a metà sarebbe stato benestante; con quella non sbucciata
il futuro sposo sarebbe stato sicuramente molto ricco. L festa
di Santu Gjuanni di lampata ( la festa di San Giovanni di
giugno) era un giorno importante anche per i pastori, perché
in tale giorno finiva e iniziava l’anno agro-pastorale,
tutti i contratti di mezzadria terminavano e lo stesso giorno
ricominciavano, compresa la restituzione dei terreni, del
bestiame avuto in consegna o viceversa le nuove consegne tra
padroni e mezzadri e la divisione di “li
frutti” (capretti, agnelli vitelli o il
ricavato dell’annata). Chi la mattina del 24 aiutandosi
con un bicchiere d’acqua, inghiottiva 3 bacche di ruta,
era considerato “rudatu” cioè immune da
malocchio o malasorte e non sarebbe mai stato posseduto dagli
spiriti. Il 23 i più coraggiosi cercavano tutta la
notte “lu filettu masciu”
(una delle tante specie di felce) perché questa da
mezzanotte all’alba sarebbe fiorita avvenimento molto
difficile da vedere perché, nelle stessa notte la pianta
fiorisce forma il seme e torna ad essere come prima tutto
in un attimo. Chi però riuscisse a prendere il fiore
senza timore delle “spirienzi” (delle apparizioni
dovute al demone custode e padrone di lu filettu
masciu) avrebbe avuto oltre che molta fortuna
nella vita, un potentissimo talismano per ottenere dagli altri
qualsiasi cosa, perché quei fiori eserciterebbero una
forza irresistibile, da far piegare qualunque volontà.
Da questi racconti semplici ma ricchi di significato, possiamo
capire che, nelle antiche tradizioni della Sardegna, le erbe,
oltre ad essere terapeutiche, si usavano particolarmente per
difendersi da qualcosa di astratto e alquanto minaccioso.
Ma queste cure dei semplici servivano anche a sanare “lu
mali dill’animu” cosi venivano definite
le malattie depressive.