Il
matrimonio Gallurese
Lu Coiu
di
Piernando Fioredda
In Gallura in tempi molto antichi i matrimoni si celebravano
di mercoledì. E per motivi di superstizione mai nei
mesi di luglio o settembre. Per chiedere la mano di una ragazza,
quasi sempre si ricorreva ad un intermediario (lu
mandatagghju) un uomo (speltu)
esperto che conosceva bene la famiglia della ragazza e che
poteva andare a far visita senza alcun sospetto. Doveva essere
molto abile nell’istaurare discorsi che potessero presentare
le virtù e i pregi del pretendente elogiandone spesso
il nome. Le sue visite avvenivano quasi sempre di sera dopo
cena, soprattutto per sfuggire agli occhi indiscreti dei vicini.
Lu mandatagghju intuiva dall’attenzione prestata dai
familiari, durante i discorsi, se era il caso di insistere
o cambiare argomento. Anche se la risposta dei familiare poteva
essere negativa, al pretendente non si recava mai offesa ma
si trovava la scusa che la ragazza non era ancora pronta,
se al contrario la risposta sarebbe stata positiva il mediatore
dichiarava il motivo vero della sua visita. La risposta veniva
data nel tempo di 15-20 giorni o quanti potevano essere necessari
per le consultazioni famigliari. Nel frattempo il giovane
faceva di tutto per incontrare la ragazza per capire dal modo
in cui l’avrebbe guardato quale fosse stata la risposta.
Se la risposta da parte dei familiari fosse stata positiva
dopo qualche settimana il giovane sarebbe stato invitato a
casa della futura sposa. Questa era la prima regola prevista
prima del matrimonio. Prima del fidanzamento era usanza che
i genitori degli sposi andassero a fare visita ai perenti.
Per partecipare loro l’intenzione dei propri figli di
cuiuassi, per chiedere consigli e pareri a li
maggjori (agli anziani).
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Che se per qualsiasi motivo non fossero stati d’accordo,
allora c’era il rischio di annullare tutto. Con conseguenze
alle volte anche spiacevoli. La seconda fase era lu
spalisugnju cioè rendere pubblico a parenti,
amici, e paesani l’intenzione di fidanzamento tra i
due giovani. Il giorno di l’abbracciu
(del fidanzamento), i genitori della giovane assieme a lu
mandatagghju, parenti e amici stretti, si recavano a casa
della giovane per l’incontro delle due famiglie. In
questa occasione il ragazzo donava l’anello di fidanzamento
alle futura sposa e a questo punto poteva abbracciarla e baciarla
non più alla cuata (di nascosto) come
qualche volta avveniva ma davanti a tutti i famigliari e amici.
Con questo si ufficializzava la reciproca promessa di matrimonio.
Immediatamente venivano offerti i dolci, i biscotti, e il
brindisi con lu muscateddu (il vino
moscato tipico gallurese) il tutto accompagnato da lu canzonadori
il poeta cantante invitato per l’occasione per rallegrare
ancor più la giornata con canzoni spiritose e augurali
per i futuri sposi. Il giorno del matrimonio la madre e gli
altri membri della famiglia della sposa si alzavano prima
del sorgere del sole per spazzare e bagnare la piazza davanti
a casa e per controllare che tutto intorno allo stazzo fosse
in ordine e pronto per l’arrivo di la jenti
di l’omu (degli invitati dell’uomo).
Che in groppa ai cavalli avrebbero raggiunto lo stazzo e fermandosi
davanti alla casa in precedenza chiusa e sbarrata simbolicamente
avrebbero fatto la pricunta la richiesta ancora una volta
di matrimonio. Un amico o parente rimanendo davanti alla porta
di casa chiedeva loro cosa stessero cercando. Uno degli invitati
dello sposo rispondeva che avevano smarrito una colomba bianca
e che il giovane non poteva vivere senza oppure una candida
agnellina bianca e se per caso l’avessero vista dalle
loro parti. L’uomo rientrava in casa e subito dopo usciva
in compagnia della sposa chiedendo se fosse lei la colomba
che cercavano. Alla risposta affermativa tutti insieme si
recavano alla chiesa accompagnanti da spari e suoni di fisarmonica.
Il tutto terminava con un abbondante pranzo con il piatto
principale la suppa cuata (zuppa
tipica gallurese preparata con fette di pane ammorbidite nel
brodo di pecora o manzo con aggiunta di aromi e formaggio
e messa al forno) e arrosti di carni, annaffiati da ottimi
vini rossi; non poteva mancare di nuovo la presenza di lu
canzonadori. Dopo il pranzo qualche abile tiratore si esibiva
in lu tiru a lu scaccu (tiro al
bersaglio). La serata terminava con la simulazione scherzosa
da la palti di la jenti di l’omu (da parte degli invitati
dello sposo) in un rapimento simbolico della sposa al che
immediata era la reazione da palti di la jenti
di la femina (da parte degli invitati della
sposa) nel cercare di proteggerla, che finiva in risate e
abbracci. Non raramente in questi incontri nascevano nuovi
incontri tra ragazze e ragazzi. I giovani degli stazzi, alcuni
isolati o distanti tra loro, avevano non poche difficoltà
nell’istaurare rapporti tra di loro; infatti dovevano
attendere questi avvenimenti come i matrimoni, li
bibenni (le vendemmie) l’agliola
(la trebbiatura) per incontrarsi e poter cosi scambiare qualche
parola o dimostrarsi reciproca simpatia con sguardi e gentilezze
sempre però con le dovute precauzioni evitando di non
farsi notare troppo dagli occhi vigili di li manni
(degli adulti).